LE CHRONICHE DI MENICO, Il VIANDANTE di Sergio Menicucci

I RUDERI DEI CASITTI DEGLI ANTICHI

 

La montagna inganna.

La cima è lassù, sembra vicina ma non lo è.

Dalla fontana di Configni ( quell’ attuale è stata rifatta) si sale subito, quasi senza respiro per 300 metri tra i terreni che erano di “ Marianu” a sinistra e di “Leuteriu” a destra fino al serbatoio dell’acquedotto.

Sicuramente una “’mpettata” mozzafiato. 

La strada a “piedicampi” si biforca: a sinistra si va verso la falesia de “u collecarozzu” e più in là verso la “portella” e la Rottaccia (2,5 ore  di marcia con vista sulla valle); a destra ci si arrampica per i “ Casitti”, le “ carpenara” e una volta scollinati la metà è “ u pienu lagu”.

Siamo sotto i “ Casitti”, i ruderi di un antico insediamento rurale tutto ancora da scoprire, anche se alcune ricognizioni di studio dell’Università Tor Vergata hanno riportato alla luce costruzioni, fortificazioni, che indicano la presenza di un possibile “ castrum” del basso medioevo.

Non si hanno elementi certi dello spostamento più in basso dei primi abitatori dei “Casitti”. Il ritrovamento di una moneta e di statuette da parte del gruppo di Massimo fanno ritenere la presenza umana (gli humo antesignani) prima dell’anno mille.

La prima citazione certa di Configni (loci confinei) è del 1027 quando la Nobildonna longobarda Susanna donò all’Abbazia di Farfa alcuni possedimenti della Sabina e del territorio di Narni tra cui Configni, Lugnola, Cottanello, Tarano, come scrive il monaco cassinense Pietro Luigi Galletti nel 1758 nel libro “Del Vestatario di Santa Romana Chiesa”.

La strada sale a mezza costa tra una parte rocciosa e un’altra coperta di vegetazione. Facciamo così conoscenza con i ginepri dalle bacche aromatiche per arrosti e liquori, con gli ornelli, felci, biancospini, “crociorne”, crugnali, fragole (quelle rosse piccine e saporite e quelle bianche dette “vaccine”), more, margherite. E se si è fortunati e conoscitori anche erbe aromatiche che gli anziani chiamavano “furciglioli” dal sapore acro-dolce.

La fascia di terreno che si allarga come vasta conca è chiamata da sempre “ carpenara” per la presenza di piante di carpino. Sul tratto di sassaia sotto i “Casitti” s’individuano ancora le tane delle volpi, anche se la presenza dell’astuto animale è sempre più rara.

Lì nell’ultima fase della guerra mondiale molti confignani si ripararono da sfollati (come anche alla Rottaccia e dentro i castagneti delle Chiuse) per ripararsi dai bombardamenti americani e australiani che sganciavano da sopra Configni le bombe su Terni (11 ondate senza mai colpire l’obiettivo che erano le Acciaierie)

Le fortezze volanti in formazione passavano sopra la testa e il gruppo di bambini presenti, incuranti del pericolo, uscivano dalle tane per curiosare.

Le “carpenara” hanno visto anche le gesta e le fatiche di tanti cacciatori. C’erano i capanni per i piccioni a “ vorgone sfonnatu”, era il luogo preferito delle beccacce nel mese di novembre quando Mario Massoli ( l’avvocato), Checchino, De Sanctis ( paletta e il figlio Renato), Pietro Zampoli, i Bartoccioni, i Severini, i Martelli, Alfio e Enzo Angelici lasciavano da parte ogni altra attività per dedicarsi alla “ regina del passo”. Per qualche anno sulle “Carpenara” sono comparse anche coppie di coturnici.

Al termine del tratto pianeggiante si arriva ad un boschetto di ornelli, superato il quale si arriva ad una “Sassara” dove campeggia “ ’a quercia bella”, meta di riposo prima di scollinare.

E la cima? Ancora lontana. Mentre si sale sul crinale è possibile gustare una doppia vista: giù verso Sud c’è Configni con il campanile della Chiesa, il castello Orsini, la torre semidistrutta rimessa a nuovo dopo gli anni di possesso di Giovanni “u postinu” e del Prete ( da don Gino a don Gaetano e don Luigi) e ancora più lontano l’osteriola, i Colli di Configni, quelli di Lugnola, la Madonna della neve e nell’altra parte della valle Castiglione, Finocchieto, Coppe e Terni.

Si entra finalmente dentro “u funnu” che porta al Pieno Lago, meta di pic nic e di grandi tavolate organizzate a Ferragosto dalla Pro Loco.

Ma c’è ancora tempo per gettare l’occhio sul cucuzzolo di San Pancrazio, giù verso “ u Puzzitto”, Sardone mentre sulla destra si stagliano i “ lecini” de “ u collemillu” e più in là sopra “ u Monastieru”, poi l’ultima macchia confignana de “ i piccasurgi” dove “ u poru Cesarettu” per arrivare al suo capanno di piccioni impiegava dalla casa, in fondo al paese, quasi 4 ore, partendo alle due per essere sul posto all’alba, con la “ catana” dietro le spalle dove portava i “ volantini da richiamo”. E’ rimasto famoso il suo motto “bum, in catana”. Sparava cioè un colpo solo  quando era sicuro di raccogliere la preda.

 Il suo reddito da calzolaio era limitato. E le cartucce già all’epoca costavano.

ALLA RICERCA DE "U PUZZO MIESU" CON LA LEGACCIOLA

 

Gli itinerari in montagna sono fatti di tante piccole cose (sassi, fiori, piante, animali) e percorsi, nell’arco dei tempi, da migliaia di persone.

Ogni epoca o stagione ha le sue particolarità: caldo, freddo, neve, pioggia. Si parte sempre con lo zaino in spalla, scarponi, calzettoni, berretto, sciarpa.

Quello caratteristico sulle tracce di “Humo” è la “legacciola”, quel fazzoletto legato che conteneva il pranzo frugale che i contadini si portavano nei campi. La “legacciola” è un oggetto della memoria per sensibilizzare oggi la gente sui temi dello spreco alimentare.

Si cammina, si guarda, si ricorda.

Prima di iniziare la salita, al fondo del vialone che immette a Configni, c’è la “madonnella”, una piccola effige della Madonna col bambino sull’angolo del campo che fu di Antonio Damiani, un “ guardiafili”, come si diceva allora in servizio al paese dove trovò moglie ( Corina). D’origine umbra, padre di Bruno, Benito e Bianca che sposerà il segretario comunale, il toscano Giotto Taddei.

Altri cento metri più su c’era la “fornace” per fare la calce e i mattoni di Eleuterio Luciani che di professione faceva il “mulattiere”, nel senso che portava con i muli la legna dai boschi che venivano messi in vendita dal Comune e tagliati dai “boscaioli”, per lo più veneti e friulani, grandi bevitori e giocatori di morra. Damiani e Antonio Petti, altro dipendente dell’Enel venuto da Venafro erano “insuperabili” giocatori di briscola e scopa. Anche Petti trovò moglie a Configni, sposando Rosa De Luca.

Di fronte alla Madonnella c’è la casa dei “lupi” o meglio della famiglia Angelici così chiamata perchè Berardo, contadino imponente e con una voce profonda, imitava benissimo i lupi ancora presenti sulla montagna fino agli anni Sessanta. Ora è casa di Benilde e Vincenzo. Accanto a quella del “poru” Arturo, combattente in Russia, e Silvia.

Dopo qualche curva inizia a sinistra il “castagneto” denominato le “chiuse”, dove si producono piccole castagne selvatiche ma niente marroni e nel sottobosco nascono funghi porcini, ovoli e galletti. Poi una lunga pietraia assolata ma con una splendida visuale su Lugnola, Finocchieto di fronte e laggiù sul fondo della conca Terni e al di là San Gemini e Cesi.

Si arriva, dopo circa un’ora, alla prima sosta: Colle Cappanna, il cui nome deriva dall’evidente forma a collinetta che si affaccia sul territorio lugnolano. E’ il primo punto di riferimento dei pastori ma scomparse le greggi ovine il prato è diventato meta di pascoli dei pochi maiali, cavalli e mucche ancora allo stato brado.

Gli animali sono lasciati liberi e controllati di tanto in tanto. Il Rifugio “Le benge” è la classica casetta di montagna dove ripararsi nei giorni di neve, pioggia o vento forte. Perché “ Benge”? Una difficile ricerca ci ha lasciati delusi. Un’espressione difficile da individuare nel dialetto sabino. La tesi più probabile deriva dalla forma di quella parte di montagna che sembra un terrazzo, una panchina, un argine naturale.

A questo punto si scende a destra dopo aver provato di vedere in lontananza il mare Tirreno per le “scalette le Prata”, ossia una distesa ciottolata di prati con fiori e una conca naturale dove si raccoglie l’acqua per abbeverare gli animali: la “troscia grande”.

Alzando gli occhi verso ovest si staglia il bosco che porta alla cima di san Pancrazio ( 1.027 mlm) dove il 12 maggio si festeggia il santo patrono di Calvi dell’Umbra e da dove si vede la valle del Tevere fino a Monte Sant’Oreste. Qui i gruppi di Configni, Lugnola e Vasciano saliti alla Chiesa si lasciavano al ritorno con un arrivederci “a n’antrannu”.

Prima, però, di sciogliersi c’era tempo per quattro salti con l’organetto e due partite a morra, quella italiana con le 5 dita spiegate della mano e i numeri gridati ad alta voce e non a quella cinese e muta.

Si risale di qualche metro per arrivare ad uno splendido tesoro naturale: l’inghiottitoio carsico de “u puzzu miesu” o secondo altri “miesole”. La cavità ha sempre suscitato curiosità. I misteri scientifici ci sono e una leggenda vuole che i resti di qualche animale caduto nella grotta siano finiti a Stifone, dove c’è l’attuale centrale Enel sotto Narni lungo la strada che porta a Orte.

Gli studi dell’Università di Tor Vergata, che ha analizzato il teschio di un capriolo appenninico, potrebbero riservare piacevoli sorprese scientifiche.

 Altra sorpresa la Grotta dei cerri, di minore rilevanza ma caratteristicamente immersa nel bosco di cerri, l’albero quercus cerris con chiome alte fino a 35 metri che producono ghiande di cui sono ghiotti i cinghiali e i maiali.

Davanti si affaccia il promontorio della “Ripa dei corvi”, un passaggio ormai desueto ma una volta battuto per i caratteristici porcini neri e duri sotto le “crociorne” e le piante delle “ cerase marine”, i corbezzoli.

Si torna al paese per la strada mulattiera poi trasformata in strada percorribile con auto fuoristrada o 4x4, grazie all’impiego degli operai precursori dei lavori socialmente utili. Guardando in giù dalla sinistra oltre “u campu d’Annamaria” (moglie di Berardo Angelici) e il pianoro de “Recchie mozze” dei Luciani e la “Fontanelluzza” ecco la distesa dei castagneti che si arresta sulla strada provinciale che porta a Terni proveniente dall’Osteriola di Configni dove s’incontrano l’attuale ss. 313 originata da Passo Corese e le strade che arrivano da Poggio Mirteto e Rieti.

 

La strada di Fonte Cerro che collega Cottanello a Contigliano fu inaugurata nel 1888 ma fu soltanto nel 1917 terminata con la congiunzione tra Cottanello-Configni-Lugnola. Raccontava Pietro Morelli, che abitava nell’area delle attuali case dei Bartoccioni, di aver dato per settimane sostegno alimentare ai prigionieri di guerra austriaci che erano stati adibiti dall’Esercito regio alla costruzione della strada sulla base delle norme della convenzione dell’Aja del 1916 sulla utilizzazione di prigionieri in materia economica in mancanza di manodopera.

L’ARRAMPICATA ALLA FALESIA E ALLE TORRI TV

 

Gambe buone e gente che non si scoraggia.

L’arrampicata alla falesia di Configni sta diventando un classico. Un posto ormai conosciuto da tanti appassionati di questo sport.

Il dislivello c’è, la bellezza pure. Si parte dai 540 metri di altitudine del paese per salire ai 1.124 della cima di Monte Cosce, alla croce che indica la sommità messa dall’Esercito italiano.

Il percorso ne vale la pena per le variazioni degli ambienti che si attraversano. Le tabelle davanti alla scuola elementare e di musica indicano “Falesia”: la prima meta più ambita, un piccolo gioiello naturale, orma noto su tutti i siti web. Primi 300 metri in comune con gli altri itinerari su strada asfaltata.

Al cancello posto a “piedimonte” si va a sinistra per “u colle Carrozzu”, un tempo terreno-castagneto di Cesare Menicucci “u messu”, poi di Augusto Massoli “u guardianu” e oggi parte dell’azienda agricola della famiglia Sopranzi-Angelici che vi allevano maiali e bovini da carne allo stato brado. Sui 15 ettari di terreno i bovini transitano liberamente tra i ricoveri con le mangiatoie per le vacche (50 fattrici in gran parte di razza charolaise) e i paddock per l’allevamento e l’ingrasso dei vitelli.

Superata una piccola “troscia” d’acqua (stagno) inizia la salita lungo “ u funnu la foce” tra il bosco e la roccia. Siamo alle pendici sud est dei “ Casitti”. Una carrareccia ripida da percorrere con scarponi, calzettoni, cappello e bastone che i boscaioli preferivano fare in discesa. Per una cinquantina d’anni è stata il mezzo più economico e veloce per portare i tronchi a valle da parte delle famiglie povere di Configni autorizzati dal Comune (le cosiddette servitù civiche di legnaggio) proprietario dei boschi.

Il meccanismo era semplice: ai tronchi d’alberi veniva applicato un anello per tirarli con le corde e fatti scivolare lungo la scarpata. Per i più giovani era anche un divertimento e una sfida a chi arrivava prima, con il “ciocco” più grosso.

Da una decina d’anni l’attrazione de “u funnu la foce” è la roccia calcarea, alta circa 20 metri e che comprende circa 60 vie tra placche, alcune rosse, strapiombi, buchi. Un gioiello della natura immerso nel verde, con una base abbastanza comoda (da parte anche di bambini), sotto alberi che proteggono dal solo, con possibilità di effettuare scalate anche d’estate.

La roccia è buona e le difficoltà vanno da 3b e 7b, consigliabili con corde da 70 metri e casco. “Bella, mi piace. Placca da fare assolutamente” scrive Saverio un arrampicatore che l’ha provata e come lui tanti altri, i cui commenti si trovano sui siti specialistici.

Siamo a quota 750 mt e la Falesia di Configni rivaleggia con quelle di Roccantica, Poggio catino, Monte Soratte, Sperlonga, Ferentillo, Finale Ligure e quella di Egna-Ora nel trentino. La falesia è attrezzata con fix in acciaio inox e catene, i settori da scalare sono indicati dalle lettere alfabetiche.

Proseguendo verso nord a destra, sopra la falesia, ci sono ancora i ruderi di un vecchio castello (i casitti) e a sinistra il bosco di carpini ( i parenti poveri del faggio ma molto diffusi in Italia, con tronco bianco e foglie pieghettate.

Altro piccolo sbalzo e siamo alla prima cresta a 1.064 mt con a lato il Piano Lago ( “u pianu lagu” alla confignana) dove venivano abbeverati gli animali e dove ogni 15 di agosto si svolge la tradizionale tavolata “ mangereccia” di festa e di solidarietà per partecipare alla quale tornano i “ confignani de fora”. Tutti sulle panche, alla pari, ricchi e poveri, autorità e cittadini normali.

Inevitabile la salita alla cima dove i militari hanno posto un cippo che indica la massima altezza del Monte (1.121 mt) da cui si possono ammirare la valle del Tevere. S. Oreste e sull’altro versante Monte Tancia (1.292 mt) e Monte Pizzuto (circa 2 mila metri) il più alto monte della Sabina.

Sul Monte Cosce  fu piazzata anche la prima torre per la ripetizione del segnale televisivo della Rai. Ora anche quelle Mediaset e di altri gruppi televisivi. Di fronte le antenne di San Pancrazio.

Per la trasmissione dei segnali audio e video della televisione (trasponder) Monte Cosce ha avuto un ruolo strategico perché riceveva i segnali da Nord e li ritrasmetteva verso Monte Cavo e solo a questo punto il segnale di Roma poteva essere rimandato al Nord. Non esistevano allora i satelliti. Ora il digitale terrestre ha fatto fare un passo in avanti alla tecnologia. 

Ricche e variegate le specie vegetali presenti da quelle che preferiscono le temperature calde come il leccio (pianta sempre verde simile alla quercia), il lentisco (pianta bassa e ramosa con frutti rossi), il cerro (albero con fogli oblunghe e cupola a squame lineari), il faggio ( grande albero con corteccia liscia biancastra). Altre due specie tipiche sono il ginepro e il grugnale o corniolo che secondo gli antichi era una pianta ermafrodita dal sapore di miele perché in primavera era il primo nutrimento delle api.

Tornando indietro s’incontra Cima Fosso d’Anselmo a quota 1.121 mt dove a poca distanza si trova il monumento che ricorda la tragedia di un aereo privato precipitato il 17 febbraio 1978. I rottami del Money 201 vennero ritrovati da un cacciatore e dal maresciallo dei Carabinieri dopo alcune ore di marcia guidati dal fumo del veicolo. Lo guidava un imprenditore toscano di 36 anni Marino Salom, gestore del caffè Doney di Firenze.

Si scende per la cresta sud di Monte Cosce con un lungo sentiero che tocca Cima Testone a quota 1.035 e poi attraverso un zig zag intorno a “ Costa Muraccia” si sfiora il sentiero sulla destra che porta alla Rottaccia. Si va comodi per un sentiero dentro gli alberi lasciando il vocabolo “Vorgone” dove i cacciatori tenevano i capanni per i piccioni di passo di marzo mentre più sotto c’erano quelli de “a pianasala” di Riccardo e Flaviucciu.

L’ultimo tratto prima di rientrare è “u campu de Daniele”, la Portella e sotto “le ginestre d’arquato” di Mussolino. Erano i luoghi preferiti per attendere sul far della sera il rientro dei tordi dagli uliveti della valle e la discesa in picchiata delle beccacce che cercavano le zone umide del terreno.

L’ANELLO PER LE STALLATTITI DELLA ROTTACCIA

 

Meta suggestiva la grotta carsica chiamata la Rottaccia.

 Si può raggiungere per tre percorsi, diversi tra loro, che seguono antichi sentieri di pastori e boscaioli.

Per gli abitanti della zona che va dall’Osteria e quindi dal mulino di Carlo e Alberto Leonardi (ora diretto dalla terza generazione) era preferibile salire dalla mulattiera che costeggia la”caprareccia” di Flaviucciu oppure dal “ funnu” che sale ai confini di Vacone. L’altro percorso è quello che va da Configni, passa lungo il castagneto, arriva al Piano Sala, supera “u varga pila”, sale al Fosso Bottaccio e dopo un zig zag c’è la Rottaccia.

Sono due percorsi impervi e poco praticabili, anche per la mancanza di tagli lungo gli stradelli di una volta, non essendoci più i pecorari. Scegliamo allora quello classico. Circa due ore all’andata e altre due al ritorno, con dislivello minimo. 564 Configni, 673 la Rottaccia.

Tratto iniziale in salita dal paese, superata la piccola “troscia” de “u colle Carrozzu” si scende all’inizio verso “ u funnu la foce” che si lascia dove c’è la falesia.

 Passo dell’alpino per i primi centinaio di metri in salita della Portella tra querce, lecci, ornelli che immettono in uno stretto sentiero che ci porta a superare il sassoso sperone di “ vorgone”. Piante alte, sottobosco con fragoline ma soprattutto habitat per funghi galletti e gli squisiti prugnoli, due funghi caratteristici soprattutto i secondi a cui è dedicata tra i mesi di maggio-giugno un’apposita sagra, organizzata dalla Pro Loco e che sta avendo notevoli successi per la qualità del menù (stringozzi con prugnoli o con asparagi, pollo e abbacchio alla confignana, cicoria, scafata, ciambellini e ottimo vino).

Il fungo prugnolo è piuttosto raro ed è conosciuto dai ricercatori come ci raccontava il compare Enzo e conferma l’ex maresciallo Luigi come “fungo saetta” per l’innata capacità di nascere e scomparire in breve tempo. La raccolta del prugnolo, da aprile a maggio, nasconde un pericolo: la vipera che al mattino se ne sta accovacciata al sole, immobile sul terreno dove nascono i prugnoli.

Il cercatore deve tastare il terreno con un bastone prima di raccoglierli.

Il percorso per la Rottaccia si caratterizzava in passato per la lunga fila di muli che riportavano in paese la legna o il carbone. Punto di riferimento storico per i boscaioli e i carbonari erano i fratelli Luciani Eleuterio (con i figli Orlando, Arturo e Pierino), Gino (che aveva un carretto di trasporto per uomini e la posta detta biga) ed un loro cugino Pietro, detto “Badiale” (che gestiva l’osteria) con il figlio Umberto che si dedicava all’attività di “traversaro” ( ritagliava dalle querce le traverse per le ferrovie) e “carbonaro” ( faceva carbone di legna e lo rivendeva soprattutto a Roma).

La stalla di Eleuterio era appena si entra in paese a piano terra. I muli partivano in fila indiana e ognuno aveva il suo nome, a fianco correvano due o tre cani, “Lauteriu” in testa, uno dei figli in coda.

I muli venivano comperati alle fiere di paese, specialmente a quella “ du Casseru” a Terni e di Vacone. Tiravano calci e davano morsi. Erano bestie da soma che salivano strade sconnesse, in sentieri tortuosi. La legna scaricata dalle due parti del basto veniva portata via fino ai primi del Novecento da carretti tirati da cavalli e più tardi dai camion.

All’epoca e fino agli anni Cinquanta inoltrati Configni ha conosciuto il fenomeno dei boscaioli e delle carbonare. In realtà anche di un rogo doloso di una montagna di legna accumulata sullo spiazzo de “ u colle Adrianu” di proprietà di un imprenditore veneto, un certo De Bellis denunciato per truffa e simulazione di reato.

I boscaioli tagliavano le “ macchie” comunali, dormivano in montagna o da Altea nel casone all’interno del centro storico, insegnando a fare la polenta bianca da tagliare con il filo, arricchita magari, qualche volta, dagli uccelletti; erano grandi bevitori di vino e abili giocatori di morra che sfidavano Anselmo, Ernesto, Petti, Impero, Massiminu, Riccardo. Per riparare i ferri del mestiere si rivolgevano ai due fabbri del paese: Federico e Fernando Calmanti

Vita più travagliata quella dei carbonari, costretti a lottare anche contro le intemperie. Per molti secoli i boschi sono stati luogo di lavoro per tanti artisti del fuoco e del legno. Il carbone era una delle principali risorse economiche e fonte di energia delle popolazioni rurali.

Quella delle carbonare era una tecnica molto usata nei territori alpini e degli Appennini. Consisteva nel trasformare la legna, in preferenza di faggio ma anche abete, frassino, cerro, in carbone. La carbonaia aveva la forma di una montagnola conica, con una camera centrale e altri cunicoli laterali di sfogo per il tiraggio dell’aria. Ci voleva tecnica, tempo per la preparazione (scelta del legno), per la cottura e la formazione del carbone. Se ne andavano almeno una quindicina di giorni che richiedevano una presenza costante dei carbonai. Fino al 2012 è stata attiva una carbonaia in Gallura in Sardegna.

 A Palazzo Simonelli a Montalto di Cassapalombo presso Macerata c’è un museo delle carbonare, allestito in 5 sale, con gli utensili, gli strumenti tipici e i vestiti dell’epoca.

E là in fondo, verso i confini con Vacone, ecco la Rottaccia che è da scoprire e ammirare..

Il fenomeno carsico di Configni è particolare perché in Italia si ritrova soprattutto nel Carso Triestino, in Friuli Venezia Giulia, in Puglia ( Gargano e Murgia).

In tutto il mondo le grotte sono state adibite, fin dagli arbori della civiltà umana, a rifugio, abitazioni, magazzini. Gli anfratti nascosti e profondi o grotte sotterranee hanno sempre suscitato nell’uomo soggezione e paura.

Tanti i racconti orali tramandati di generazione in generazione di demoni e divinità malvagie, di gnomi malefici e creature spaventose. Siamo sulle tracce dei misteri della natura e dei segreti. Le forme più caratteristiche di queste grotte sono le stalattiti e le stalagmiti creati dallo stillicidio dell’acqua che penetra dalla superficie dopo un complesso fenomeno chimico di dissoluzione e precipitazione. La parola stalattiti deriva dal greco “stalaktites”, che significa sgocciolante e quando una stalattite si congiunge con una stalagmite che risale dal pavimento ( parola greca “ stalagma”, ossia goccia ) si forma una colonna.

Nell’Italia centrale Configni offre un esempio magnifico di questo fenomeno della natura.

Tra le più belle in Italia le grotte di Frasassi, la Grotta Gigante a Sgonico vicino Trieste, la cavità più grande del mondo, le 150 caverne delle

grotte di Toirano in Liguria, le 10 sale con stalattiti e stalagmiti, laghetti e cascate delle grotte di Pastena sui Monti Ausoni in provincia di

Frosinone.